Arrivate in atlantico - Blog 1

Primo gennaio, ore 12:15 PM, Stazione Termini, Roma.

Solitamente, il primo gennaio è sinonimo di ozio, una giornata di relax per smaltire il più passivamente possibile i postumi della sbronza della notte precedente. Il fatidico 31 dicembre: il rito di passaggio in cui, in una notte speciale, tutto magicamente finisce e, incarnando alla perfezione la definizione di ossimoro, tutto inizia.

Io, invece, sto chiudendo la zip della mia valigia, pronta per affrontare un lungo viaggio verso la mia nuova casa: La Rochelle.

Treno Roma-Milano, incontro in Stazione Centrale con il mio super amico Andrea e poi via in macchina verso Nord.

Arriviamo il 2 gennaio verso l’ora di pranzo e ci parcheggiamo davanti a Gigali, che per chi non lo sa è la mia barca di 6,5 metri, con la quale attraverserò l’Atlantico il 21 settembre. In questo momento, oserei definirla tutto il mio mondo: la causa delle mie più grandi gioie e, allo stesso tempo, delle mie più profonde frustrazioni.

La guardo. Sembra sempre uguale, eppure mi sento leggermente distaccata da lei. È strano pensare che per nove mesi la mia realtà si sia concentrata esclusivamente su sei metri e mezzo di guscio di vetroresina. Eppure, il legame che ho con lei è così forte che mi sento in colpa per averla lasciata sola per le due settimane di Natale.

Trovo il coraggio di uscire dalla macchina: temperatura percepita circa -2°C, pioggia fitta, 35 nodi di vento.

Mi guardo con Andrea e parte una risata che sfiora l’isteria.

Iniziamo a lavorare a bordo. Non scorderò mai il momento in cui mi sono resa conto che per nastrare la coppiglia delle sartie (che, per i non addetti ai lavori, significa semplicemente fare un giro di nastro adesivo intorno a un anello di acciaio) ho impiegato tra gli 8 e i 10 minuti. Fa freddo.

A quanto pare, il luogo comune sul tempaccio della Francia Atlantica è proprio vero. Mettiamoci all’opera, c’è tanto da fare.

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